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‘Non so se ci sarà un altro giorno per me’: nuovi particolari su morte Pantani

CronacaRimini

19 gennaio 2005, 13:22

in foto: ''Non so se ci sarà un altro giorno per me'': lo ha detto Marco Pantani la sera prima di morire, probabilmente già sconvolto dalla cocaina che lo avrebbe ucciso, a tre uomini che erano sul pianerottolo del residence di Rimini dove fu poi ritrovato cadavere il giorno dopo. Le deposizioni delle tre persone sono contenute negli atti depositati a fine indagine dal Pm di Rimini Paolo Gengarelli.

”Il comportamento tenuto nella circostanza dal Pantani appariva confusionario – si legge in una testimonianza – Ricordo che il
Pantani alla mia domanda di come si sentiva quando correva in
bici, non sapeva darmi alcuna risposta e chiedeva di toccargli
una gamba, riferendo che era di legno. Inoltre mi riferiva al
termine della conversazione, in dialetto romagnolo, la seguente
frase: ‘A ne sò sui sarà un altr dì per me”’. Il testimone
racconta di un Pantani trasandato, anche come aspetto.
Negli atti depositati, c’e anche la consulenza
tecnica medico-legale redatta dal professor Giuseppe Fortuni.
La
conclusione, già nota, é che il decesso é stato causato dalla
cocaina: ”Le evidenze autoptiche, tossicologiche e
istopatologiche, unite ai dati storico-circostanziali – scrive
il medico – convergono nell’identificare in una intossicazione
acuta da cocaina, con conseguente edema polmonare e cerebrale,
la causa certa del decesso del signor Marco Pantani. Detta
intossicazione é stata agevolata nel suo estrinsecarsi a
livello cardiaco e successivamente polmonare dalle preesistenze
patologiche e miocardiche indotte da un prolungato abuso della
stessa sostanza”.
”Gli esami condotti sul midollo osseo non hanno evidenziato
degenerazioni ascrivibili all’uso di sostanze dopanti”.
Già nei mesi scorsi Fortuni aveva precisato
che negli ultimi mesi che Pantani non fece uso di
eritropoietina: ”Ma stiamo parlando dell’ultima fase della sua
vita – spiegò all’epoca il consulente – senza nessuna pretesa di poter
valutare quello che é stato il suo passato e quello che sono
state le esperienze giudiziarie che tutti conosciamo”.
”E’ scientificamente fondato, oltre che razionale – recita la
conclusione di Fortuni – ritenere che l’atleta Marco
Pantani sia rimasto vittima inconsapevole di una sostanza
subdola e assai pericolosa, la cocaina, per troppo tempo
sottovalutata in termini di potenzialità lesiva psico-fisica e
anche per questo fonte di insensate tragedie umane e
famigliari”.
Circa un mese fa il Pm Gengarelli aveva inviato cinque avvisi
di fine indagine, che solitamente preludono alla richiesta di
rinvio a giudizio, a conclusione dell’inchiesta sulla morte di
Pantani.
Destinatari degli avvisi: Fabio Carlino, 27 anni, nato
a Lecce, titolare di un’agenzia di ragazze immagine, difeso
dagli avvocati Matteo Murgo e Lucio Licci; Fabio Miradossa, 29,
nato a Napoli, fornitore di fiducia di cocaina di Pantani dal
dicembre 2003 al momento della morte, difeso da Monica
Cappellini e Carlo Maione; Ciro Veneruso, 31, di Napoli, operaio
di una fabbrica del riminese che portò gli ultimi 30 letali
grammi al Pirata, difeso da Franco Ferrini; Elena Korovina, la
cubista russa trentenne ultima amante del campione, difesa da
Tiziana Casali e Massimo Succi; Alfonso Gerardo Ramirez Cueva,
34, barman peruviano che avrebbe ceduto anche lui cocaina al
ciclista, difeso da Luca Ventaloro. Solo Miradossa, Carlino e
Veneruso sono accusati della morte di Pantani: a loro carico é
ipotizzato l’articolo 586 del codice penale che prevede la morte
come conseguenza di altro delitto, in questo caso lo spaccio di
stupefacenti. Di spaccio sono accusati tutti e cinque gli
indagati.

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