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Ricevuto pubblichiamo: una riflessione di Piero Leoni sul caso nomadi a Corpolò

Rimini

5 settembre 2001, 19:45

in foto: Piero Leoni ci ha inviato una lettera sul caso dei nomadi di Corpolò dal titolo 'La “tristissima” vicenda della famiglia Ahmetovich: un’occasione per riflettere sull’identità della città e sulla cultura dell’accoglienza'. Questo il testo della riflessione di Piero Leoni:
L’incontro con chi è diverso genera paure ancestrali, incontrollabili timori di perdere ciò che ci appartiene e che crediamo nostro per sempre. La paura, l’ansia e l’insicurezza si amplificano in maniera abnorme in questi tempi in cui tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria.

Ho riflettuto a lungo sulle strampalate cronache da Corpolò, una frazione della cosiddetta “capitale europea delle vacanze”, distesa lungo un’anonima strada di collegamento tra periferie, all’imboccatura di una delle valli più belle del centro Italia.

Ho cercato di capire le ragioni di quelle genti, di vestirmi dei loro panni. In fondo quella famiglia di zingari, rimessa “in viaggio” da discussi provvedimenti e inserita di forza (i corpolesi dicono con l’inganno) nella piatta routine di quella comunità ha originato un “corto circuito”.
“Ci mancavano solo gli zingari!” hanno esclamato in coro gli abitanti di Corpolò.
E quel coro è diventato, per una parte dei residenti, motivo di protesta collettiva, minaccia, terreno fertile per ogni tipo di strumentalizzazioni, arengo per l’esibizione di capi e capetti locali, dura prova di capacità di governo per gli amministratori riminesi.

Quella famiglia di zingari è stata la classica “goccia che ha fatto traboccare il vaso”. E così, malamente, i corpolesi, usando come pretesto un campo e una roulotte, inconsapevolmente hanno detto al resto dei riminesi e alla loro amministrazione “o ci ascoltate e fate quello che diciamo noi o ce ne andiamo”. Dove? A Verucchio, a Santarcangelo? O proclamerete la Libera Repubblica di Corpolò?

Le biciclettate e gli altri modi folcloristici con cui ha preso forma la loro protesta, mi sono parsi un lamento collettivo per dire: non ne possiamo più di vivere in un’anonima periferia, un “non luogo” ove si rischia la vita ogni volta che ci si mette in strada e dove gli spazi vengono valutati, da occhi rapaci, solo in funzione della loro edificabilità.”

In fondo i rom, pur con laceranti contraddizioni, un’identità ce l’hanno, quella dei corpolesi è sempre più incerta.

Se l’identità di quel luogo e di quella comunità, infatti, fosse solida, se la città fosse cresciuta in modo armonico attribuendo a quella parte di sè una funzione qualitativamente rilevante, la presenza di una famiglia di zingari certamente non avrebbe creato tanti problemi.

La comunità, parroco in testa, si sarebbe preoccupata di gestire l’accoglienza, comunicando, con cordiale fermezza, le regole del vivere bene insieme, le sezioni dei partiti progressisti avrebbero organizzato, per facilitare l’integrazione, seminari sulla storia dei rom, sulle loro tradizioni e la loro cultura, l’ARCI-gola si sarebbe prodigata in cene gitane.
Si sarebbe predisposto l’inserimento dei bambini nelle scuole locali, trovato un lavoro per gli adulti e un ruolo attivo e utile per gli anziani. La conoscenza reciproca avrebbe preso il posto della diffidenza. La paura del diverso, dello straniero non avrebbe avuto alcuna ragion d’essere.

Le cose, al contrario, si complicano quando l’identità è debole, fragile. Allora si erigono mura per difendersi.
La perdita d’identità della comunità locale (intesa come consapevolezza di sé nelle relazioni con gli altri, con lo spazio e il tempo) è, a mio avviso, il cuore del problema. Gli effetti di questa complicata questione si avvertono in modo sostanzialmente simile nelle aree periferiche della città, da Corpolò, a Santa Giustina, da Miramare fino a qualche quartiere più vicino alla città murata, per poi assumere nel centro storico altri contenuti, altrettanto problematici.
Se è vero che lo spaesamento, la perdita di sé e delle coordinate relazionali è un fenomeno generalizzabile, conseguenza clamorosa della trasformazione iperliberista delle società, è da sottolineare che a Rimini – città di frontiera, crocevia di criticità schiacciate sul presente e sull’apparenza, scarsamente interessata al futuro e alle proprie radici – questi processi si evidenziano in modo grottesco.
Rimini si trasforma senza averne coscienza, assimila acriticamente mode, tendenze, stili di vita, valori.

Una città senza periferie è un obiettivo molto ambizioso e complesso da raggiungere, non basta metter mano all’arredo urbano, rifare qualche manto stradale o un nuovo marciapiedi. Occorre ri-pensare con lungimiranza, coraggio e visione strategica la città nel suo insieme, il suo sistema di relazioni, i suoi simboli, il suo ruolo nazionale e internazionale, la gerarchia dei valori che motivano gli individui e animano le relazioni interpersonali, la rete e l’organizzazione delle funzioni e dei servizi.
E’ necessario, per esempio, monitorare in modo capillare e scientifico (che spazio si aprirebbe per l’università!) le dinamiche evolutive e l’impatto di eventi sociali programmati o spontanei e di nuovi insediamenti produttivi o residenziali sull’ambiente sociale e sulla cultura locale. Solo in tal modo si riescono a capire, prevedere e conseguentemente a governare i conflitti, nuove criticitità o l’acutizzarsi di vecchie questioni.
Convincersi e convincere che “va tutto bene” non è mai servito. L’autoreferenzialità, anzi, mette in ombra e deprime anche le esperienze più positive.
La funzione ospitale marca inequivocabilmente il fattore costitutivo dell’identità riminese. Ma per attribuire un significativo valore (d’uso e di scambio) alle qualità della città, per condividere e vendere esperienze, servizi e sorrisi è necessario che nel DNA della nostra comunità siano presenti e vitali i geni di un’autentica, radicata e diffusa cultura dell’accoglienza. (questi valori devono essere continuamente salvaguardati e rigenerati, con un’attenzione primaria alla centralità della persona).
Chi si finge ospitale solo per ruffianeria o interesse economico è destinato alla marginalità culturale e anche economica. In questa nostra terra qualunque episodio di xenofobia nuoce al metabolismo e all’immagine della città molto di più di quello che potrebbe apparire alla luce di un superficiale valutazione.
Mi piacerebbe che all’ingresso della città ci fosse un grande cartello con scritto “Tutti sono benvenuti”. Tutti, paradossalmente anche i nomadi. L’unica condizione vincolante per essere accolti e rispettati nella propria individualità e diversità è quella di sottostare alle leggi e alle regole che danno significato ed evidenza al bene comune, caratterizzando il sistema di relazioni sociali ed economiche della comunità ospitante.
Ma le regole devono essere uguali per tutti, chiare e applicate con risoluta fermezza.
Ciò vale ovviamente per tutti, utilizzatori permanenti o temporanei della città, a prescindere dalla religione, dalla fede politica, dal sesso, dal colore della pelle e dalla disponibilità economica. Anzi un’attenzione particolare deve essere rivolta proprio a coloro che sono perseguitati per le loro idee o a chi è più fragile a causa delle proprie condizioni fisiche, sociali o economiche.
Non sono stati forse questi valori il motore della capacità di attrazione e della straordinaria crescita della nostra città? Non abbiamo creato su questi principi le nostre fortune?
Gli zingari hanno, però, una pessima reputazione, rubano, infastidiscono, rivendicano in modo provocatorio la loro alterità, con i loro comportamenti sociali rafforzano i pregiudizi e il loro modo di vivere impedisce spesso un percorso di relazione. Tuttavia “ il problema zingaro” non si estirpa ( a meno qualcuno non folleggi di soluzioni hitleriane!) ma deve e può essere governato. Il nostro paese, terra di passaggio e asilo, convive da oltre sei secoli con la presenza degli zingari.
Negli ultimi anni, inoltre, il fenomeno si è ulteriormente complicato a causa degli effetti della guerra nella ex-yugoslavia e del disfacimento dell’impero sovietico. Ciò ha determinato, insieme ai violenti processi di trasformazione delle società ospitanti, una crisi profonda nella stessa identità zingara, sempre più stretta tra nomadismo e sedentarizzazione.
Gli zingari hanno, però, una notevole capacità di adattamento alle circostanze esterne, le quali possono mutare nel corso della storia: “senza il continuo adattamento ai cambiamenti l’identità zingara non sarebbe sopravvissuta e, forse, quello che può apparire come un cedimento all’assimiliazione (la sedentarizzazione) potrebbe in realtà costituire l’unica strada possibile per giungere ad un’integrazione che consenta alla cultura zingara di sopravvivere.”
Nonostante gli equivoci, le forzature, le strumentalizzazioni la paradossale vicenda della famiglia Ahmetovich potrebbe essere utile all’intera città , e sortire un esito positivo anche per la stessa comunità di Corpolò (Le condizioni poste dal sedicente comitato: fuori da Corpolò e poi ci pensiamo noi a integrare gli zingari non sono negoziabili, perché viziate da un intollerabile ipocrisia) stimolando una riflessione sulla propria identità.
L’identità, come ho cercato di dimostrare in queste mie riflessioni, non si presta a essere brandita come un’arma contro qualcuno (come purtroppo avviene nella maggioranza dei casi) ma rappresenta al contrario il motore dello sviluppo di una più forte coesione sociale, stimola la solidarietà e il senso di responsabilità, facilita l’integrazione e irrobustisce i valori-base della convivenza e dell’accoglienza.

PS: La protesta dei cittadini di Corpolò è stata seguita con grande partecipazione dal mondo cattolico e la stessa Chiesa Locale ha colto quest’occasione per rilanciare con forza e in modo apprezzabile la sua pastorale dell’accoglienza. I partiti di centro destra hanno cercato di “cavalcare” la protesta. I Democratici di Sinistra dov’erano? A che gioco, giocavano?

Piero Leoni

Rimini 31 agosto 2001

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